Busta arancione INPS, dove è finita?

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 Busta arancione INPS

La busta arancione INPS, ve la ricordate? ne parlavano già parecchi anni fa … in fatto di pensioni sembrava l’occasione, se non per metterci al pari con i paesi del nord Europa, almeno per provare a dare un po’più di glasnost (diciamo tarsparenza, per cercare una traduzione un po’all’italiana) all’annoso problema pensionistico che sempre più sta affliggendo la nazione.

 

Putroppo quella della busta arancione (ovvero la certificazione del proprio conto corrente previdenziale aggiornato anno dopo anno) sembra destinata a diventare l’ennesima bufala che lo Stato italiano tenta di dare in pasto ad una stampa economica sempre più attenta all’evoluzione delle problematiche previdenziali in Italia. Siamo al 2011 e all’INPS si parla di nuovi slittamenti, dopo che già l’anno scorso (come negli anni precedenti) lo Stato, questa volta nella figura del Ministro del Welfare Maurizio Sacconi aveva posticipato a questo periodo la fatidica data in cui ci sarà fatta la grazia di conoscere sia la proiezione sui tempi necessari alla maturazione dei requisiti utili alla pensione, sia la stima del probabile valore economico dell’assegno. Le forze che premono a farci sospettare che l’operazione non si farà a breve sono svariate, dall’aumento della vita media alla continua revisione al ribasso dei coefficienti di conversione in rendita, all’ormai insostenibile quantità di precari , parasubordinati e flessini che riceverebbero buste arancioni spaventosmente preoccupanti, fino all’innegabile condizione scarsità di fondi in cui versano le casse della previdenza nazionale.

 

Un recente rapporto commissionato dal sindacato CGIL sulle cosiddette “carriere fragili” mostra come la situazione pensionistica dei precari e dei lavoratori atipici in generale sia una bomba che si cerca di tenere nascosta ma presto, inesorabilmente, dovrà esplodere, probabilmente già nel 2030 o 2035. Un punto per l’onesta lo merita il Presidente dell’INPS Antonio Mastropasqua, che ha ammesso senza mezzi termini che

 

“Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale”

 

Il problema del percepimento di una pensione misera per chi già ha uno stipendio a malapea sufficiente a garantirsi il presente si ripercuote anche nel mondo delle assicurazioni: normalmente la soluzione più ovvia per chi ha un lavoro e vuole colmare il gap tra reddito da lavoro e reddito pensionistico è la stipula di una polizza di pensione integrativa, che sia una PIP o un’assicurazione a capitale differito in questo caso poco importa. Ma chi ha problemi ad arrivare a fine mese difficilmente trova modo di vincolare anche solo 100 € al mese per 35-40 anni, trovandosi con un cumulo di problemi ben maggiori rispetto a quelli (già pesanti) che affliggono la pensione di un regolare lavoratore, che quntomeno sarà presumibilmente in grado di risparmiare con largo anticipo cifre destinte ad integrare la pensione.

 

Il cosiddetto “working poor“, fenomeno che consiste nel produrre ricchezza per il mondo del lavoro per tutta una vita per salari irrisori è un altro fenomeno destinato ad aumentare e creare sempre maggiori problemi a livello pensionistico, ed anche per questo tipo di lavoratori,  come per quelli presi in esame precedentemente, il pericolo di non avere il denaro da mettere da parte in un’assicurazione per la pensione integrativa è oggettivamente molto alto.

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